Oggi la mia psicologa ha navigato insieme i meandri profondi di una felicità che mi prende a volte “inattesa” e “inspiegabile”. Abbiamo parlato a lungo di Belle Epoque e mi ha ricordato con precisione imbarazzante una frase del finissimo critico italiano Vittorio Pica che nel 1896 parlava di Chéret(*) in questo modo:
A osservarlo bene il viso delle figure di Chéret ha sovente qualcosa di eccessivo e quasi di spasmodico, che ci rivela che siamo al cospetto dei figli di un’epoca nevrotica per eccellenza. E’ un parossismo di ilarità, è una specie di epilessia gioconda, è perfino, talvolta, un vero ballo di San Vito, che scompiglia i vestiti, che fende spropositamente le bocche, rimpicciolisce gli occhi, squassa le chiome, agita in aria le braccia e le gambe. La “gioia moderna” di Chéret -ammonisce lucidamente Pica poco dopo- nasconde pur sempre un non so che di perverso e morboso.
Mi ha fatto pensare al divertimento di raccontare il web2.0 e alla rassegnazione che prima o poi dovrà finire! (speriamo poi però)
(*) Chéret è Charlotte Wiehe, vaporosa attrice che divenne un’icona dell’epoca “dei manifesti” comparendo ossessivamente sui muri di Parigi.