RIPRENDO UNA EMAIL INVIATAMI da Guido Chiesa, a me come –spero- a milioni di altre persone- che racconta il suo personale “Diario Veneziano” in occasione della PREMIAZIONE, anche se la stampa ha detto il contrario, del film “Lavorare con Lentezza Radio Alice 100.6 Mhz” (Ultima Mostra del Cinema di Venezia)

La mail mi arriva in quanto iscritto a “Giap n.1, VIa serie - Moto ondoso in aumento - 14 settembre 2004” (newsletter) a cui invito tutti a iscriversi, così come ad andare a vedere qs film !!!

Guido Grazie per i tuoi film!
Vi abbraccio
Lele

Canzone consigliata: “Bridge Over Troubled Water” (nell’interpretazione di Johnny Cash e Fiona Apple, dall’album “American IV: The Man Comes Around”, 2003)

—–

VENEZIA 2004: MOTO ONDOSO IN AUMENTO
di Guido Chiesa, in esclusiva per Giap

3 SETTEMBRE

Nel tragitto dalla stazione al Lido, la lancia passa vicino a uno striscione con la scritta “Stop al moto ondoso”. E’ il ‘68 dei gondolieri? O una battaglia corporativa tipo “quote latte”? E poi, perche’ i gondolieri ce l’hanno con il moto ondoso? Chi puo’ avercela con le onde del mare?

Che la Mostra di quest’anno, al di la’ di tutti i proclami efficientisti della nuova direzione della Biennale, navighi in acque confusionarie me ne accorgo appena arrivato al celebre Des Bains, dove mettono a dormire registi e attori. La signora alla concierge mi dice desolata che la mia stanza non c’e’ piu’. O, meglio, la mia prenotazione e’ stata disdetta. Panico loro, telefonate concitate, scarico di responsabilita’. Alla fine si risolve tutto, ma la perplessita’ rimane: perche’, invece di spendere tutti quei soldi in alberghi/cene/party/ospiti tipo erede di casa Savoia/scenografie miliardarie, non li usano per assumere qualche lavoratore in piu’ alla Biennale e magari meglio organizzare la faccenda?

Il problema si ripresentera’ in maniera comicamente drammatica nei giorni successivi: proiezioni che partono con ore di ritardo, biglietti stampati in numero superiore alla capienza delle sale, caos organizzativo costante. Se non fosse che chi ne paga le conseguenze sono gli incolpevoli spettatori o gli accreditati di “basso rango”, verrebbe voglia di citare il celebre detto sulla “grande confusione sotto il cielo”… Ma lo sapevate che il direttore della Mostra, Marco Muller, e’ stato sinologo di prima grandezza e, si dice, pure maoista? Magari stava seguendo alla lettera l’insegnamento del grande capo…

Verso le 0.40 (proiezione stampa ritardata di mezz’ora perche’ il film precedente era iniziato con un’ora di ritardo perche’ quello prima…) ci giunge notizia che i critici hanno applaudito il film, a dispetto del fatto che, prima dell’inizio, ci fosse in sala chi andava dicendo che il film era una merda, prima ancora di averlo visto… La notizia dell’applauso ci giunge un po’ a sorpresa perche’ nei giorni precedenti le proiezioni per la stampa a Milano e Roma, pur avendo registrato l’apprezzamento di numerosi addetti ai lavori, avevano pure segnalato il disorientamento e il malumore di alcuni critici verso un oggetto che sfugge a molte delle categorie che sono soliti utilizzare. E, soprattutto, che rifugge (orrore!) spiegazioni didattiche, intenti pedagogici e (orrore degli orrori!) l’unita’ stilistica!

Nei giorni successivi alla proiezione veneziana, queste perplessita’ della critica mi verranno nuovamente riferite, anche se, in ogni caso, circolera’ attorno al film un’atmosfera (positiva) di film “diverso”, comunque interessante.

Il problema della critica, soprattutto italiana, e’ complesso e non puo’ essere certo esaurito qui. Ma la sensazione principale che emerge da quanto letto e ascoltato in questi giorni e’ che, di fronte alla molteplicita’ dei discorsi (linguistici e non) che abbiamo, volutamente e coscientemente, inserito nel film, ci sia sempre qualcosa che convince e sempre qualcosa che non convince gli addetti ai lavori. Come se l’esercizio della critica consistesse nel dire che c’e’ qualcosa che funziona o non funziona in questo o quel testo. Con la curiosa capacita’ poi di indicare tutto e il contrario di tutto: bello il pretesto narrativo, debole il pretesto narrativo; delude il finale, eccellente il finale, ecc..

Ma e’ veramente questa la funzione della critica? Mah… Eppure, si sa, sono pagati per scrivere qualcosa.

4 SETTEMBRE

Si inizia presto con una cavalcata di interviste, conferenze stampa, apparizioni televisive, che durera’ 3 giorni. E’ un inferno, ma un inferno da privilegiati, per cui non mi lamento. L’unico aspetto sinceramente noioso e’ il dover ripetere sempre le stesse cose: ma non si potrebbe fare un’unica conferenza stampa per tutti e chi si e’ visto si e’ visto? No, troppo facile.

I “coloristi” dei quotidiani vogliono la loro piccola conferenza stampa separata, idem le tv e i settimanali importanti. Ti fanno mille domande e poi trovi scritte sempre le stesse cose. Ma dopo l’esperienza di Il partigiano Johnny (2000), ho deciso quest’anno di non lamentarmi. Per cui sorrido, sorrido, sorrido.

In realta’, credo sia necessario sforzarci per cercare di capire chi sono i nostri interlocutori mediatici: la maggior parte degli accreditati a Venezia (o, se per questo, a qualsiasi altro festival) e’ composta infatti da lavoratori mal pagati o non pagati, che scrivono o filmano per siti internet, giornali semi-sconosciuti e canali tv minori. E’ gente che vive nella frustrazione di star incidendo ben poco nel dibattito culturale, e ancor meno sull’industria della cultura di questo paese.

Il problema e’ quando questa frustrazione si trasforma in rancore. Non ho visto il film di Michele Placido, per cui non lo giudico, ne’ voglio difenderlo a priori: ma il linciaggio a cui e’ stato sottoposto alla proiezione per la stampa e’ stato quanto meno vergognoso, perche’ pieno di astio, di risentimento mal riposto, di frustrazioni mal espresse.

Demolire l’opera di un comunicatore (regista, scrittore, musicista, politico, ecc.) e’ legittimo e per nulla censurabile. Ma un conto e’ farlo ad armi pari, con un avversario che gioca la tua stessa partita, criticando e decostruendo riga dopo riga, nota dopo nota, inquadratura dopo inquadratura, il lavoro di quel comunicatore. Un conto e’ farlo nel doping dell’anonimato della sala buia, dell’insulto all’attore che non puo’ risponderti dallo schermo, dello scherno idiota di chi guarda il dito e non la luna.

Ogni tanto, ovviamente, l’eccezione. L’intervista spiazzante, la critica acuta, il rapporto umano immediatamente sincero. La domanda piu’ bella e’ certamente: “ma perche’ il film finisce male?”. E’ la Storia che e’ finita male, baby.

Prima della conferenza stampa e della proiezione in Sala Grande, Valerio Binasco ha letto a nome di troupe e cast un comunicato che dichiara tutto il nostro disagio per il ritrovarci li’, in quella sede, dopo quel che era successo il giorno prima in Ossezia, e succede tutti i giorni in Iraq, Sudan, ecc..

Scriverlo e’ stata un’idea di Valerio Mastandrea, persona e attore dall’intelligenza acuta e dalla coscienza politica ben superiore a coloro che lo sbeffeggiano per le sue passate apparizioni al Costanzo Show (vedasi un patetico botta e risposta su Indymedia…).

Abbiamo scritto insieme un testo breve, asciutto, la cui chiusa chiama in causa i governi, come quello statunitense e quello russo, responsabili principali di quello che sta accadendo. Certamente poco, anzi nulla di fronte alla gravita’ della situazione. Ma e’ anche l’unico atto che ci siamo sentiti di fare senza paura di risultare retorici.

Conferenza stampa, ore 13, prove di stato d’emergenza.

Chi ha letto i giornali sa dell’irruzione degli Intermittenti francesi, del loro tentativo di leggere un comunicato bloccato in malo modo dal servizio d’ordine. Nessuno, fortunatamente, si e’ fatto male, ma l’episodio resta comunque sintomatico di un clima generale ben poco incline al dialogo e alla tolleranza. I retroscena sono semplici. Conosco da tempo Pablo, portavoce all’estero degli Intermittenti (perche’ parla 4 lingue, non per altro), e insieme ci siamo accordati per ospitare un intervento dei precari dello spettacolo francesi alla nostra conferenza stampa a Venezia. Ne’ piu’, ne’ meno quello che hanno fatto altri registi a Cannes.

Pablo, nelle settimane precedenti, mi aveva piu’ volte chiesto se mi avrebbero fatto problemi perche’ li lasciavo intervenire. Io gli spiegavo che, a differenza di Cannes, a Venezia il clima e’ piu’ provinciale e, per questo, anche meno teso, ufficiale. Per cui, credevo che una volta dentro il Casino’, nessuno avrebbe fatto storie a loro o a noi. Mi ero sbagliato. L’ostacolo principale alla loro presenza sembrava essere l’accesso al Casino’, sede degli incontri con la stampa. Invece, li’, tutto liscio. Dentro, invece, il servizio d’ordine ha individuato Pablo e gli altri appena entrati in sala e ha fatto di tutto per non permettergli di intervenire. Quando Pablo ha preso il microfono, non sono serviti a nulla i miei ripetuti inviti a lasciarlo parlare in quanto nostro ospite. “Caricati” dal timore degli attentati, dalla fobia della bomba, dalla presenza di Al Pacino nella stanza accanto, e probabilmente dall’avversione per questi smidollati intellettuali che frequentano il festival, i Signori del Servizio d’Ordine sono prontamente scattati per impedire a Pablo di parlare e agli altri di sbandierare il loro striscione.

Per fortuna la presenza della stampa e la solidarieta’ di gran parte dei presenti ha frenato l’ardore dei buttafuori e ha tramutato il loro assolutamente incongruo uso della forza nel consueto boomerang. Ma questa e’ l’Italia, e l’Occidente, del 2004. Dove chiunque non si allinea diventa Al Qaeda.

Proiezione in Sala Grande, il solito casino organizzativo, WM3 in incognito resta fuori, al pari di Manuel Agnelli e Greg Dulli (Afghan Whigs), per non parlare di altri 400 incazzati. L’applauso alla fine dura esattamente 3 minuti - non dieci come dicono i giornali: la verita’ e’ sempre rivoluzionaria, nevvero? - poi chiedo di interromperlo per far sentire, sulla coda dei titoli, l’audio originale dell’irruzione della polizia il 12 marzo 1977 nei locali di Radio Alice.

Non so se mai sia capitato prima: un regista, il produttore e il cast che bloccano un applauso…! A me piace pensare che se non l’avessimo bloccato sarebbe durato ben di piu’ di 10 minuti…

5 SETTEMBRE

La mattina dopo, in genere, si leggono i quotidiani fin dalla buon’ora. Io ho dormito fino alle 10, poi ho fatto colazione, fingendo un’indifferenza che non avevo, ma che era l’unico antidoto di cui disponevo in quel momento.

A tuttora, non li ho ancora letti, anche se, a forza di sentirne parlare dagli altri, ho la sensazione di sapere a memoria che cosa hanno scritto. Amen.

Mi riferiscono che a Spike Lee e’ piaciuto il film e l’ha detto pure sul TG 5. Conosco Spike da 20 anni e so che, di tutto quel che si puo’ dire di lui, non e’ capace di mentire. Anche nel torto, e’ sincero.

Altrettanto sinceri sono sicuramente Marcello Veneziani e la signora Ferrara, Anselma Dall’Olio, che ci attaccano mezzo stampa e tv, accusandoci di esser parte di una congiura mafiosa che vede coinvolti critici, pubblico e registi, tutti protesi a sinistra.

La signora Ferrara, ospite di Marzullo, ammette senza alcuna vergogna di non aver visto il film, ma di ritenerlo comunque opera indegna e censurabile. Alla signora Ferrara e al signor Veneziani vorrei ricordare che: 1)Radio Alice non fu mai vicina alla sinistra ufficiale e non. Anzi, ne fu osteggiata e pure denunciata. Forse, se avessero visto il film, se ne sarebbero accorti e non ci avrebbero accomunati ad altri con cui non gradiamo essere accomunati. 2)Sui titoli di coda del film c’e’ una canzone di Rino Gaetano, che recita: “Mio fratello e’ figlio unico perche’ non ha mai criticato un film senza prima vederlo”. Infatti, oltre a mancare di stile, si fa la figura dei cretini a parlare di cio’ che non si conosce. 3)Ci appenderemo al petto le loro accuse, quelle si’ mafiose!, i loro attacchi, le loro contumelie. Le indosseremo come medaglie, di cui andare orgogliosi. Medaglie d’amore.

Mi dicono del gran successo delle proiezioni della rassegna dedicata al cinema italiano di serie B. Obtorto collo, lo ammetto: detesto i cinefili, di ogni razza e specie. Non individualmente, per carita’, ma come categoria culturale e come residuo marginale della post-modernita’. La cinefilia pretende di separare cio’ che e’ inseparabile - il cinema dalla realta’ e la realta’ dal cinema - invocando una specificita’ che e’ invece un ghetto, un serbatoio di liquidi onanistici, la definitiva resa di ogni tentativo di interpretare il mondo e quindi di trasformarlo. I cinefili che piu’ detesto, poi, sono quelli che dicono di essere a sinistra. Molti di questi cinefili di sinistra a Venezia hanno fatto la coda per imperdibili capolavori come W la foca. A costo di inimicarmi qualche giapster o eventuale ammiratore di Lavorare con lentezza, ribadisco anche in questa sede la convinzione, gia’ espressa dai Wu Ming, che la monnezza di trent’anni fa resta monnezza oggi.

Quella rassegna, priva di una contestualizzazione e di un’analisi critica, e’ nient’altro che l’infantile esaltazione di una cultura che si crede trasgressiva, ma in realta’ e’ funzionale ad un sistema che considera i film-solo-merce e lo spettatore-solo-consumatore. Naturalmente non voglio fare di tutte le erbe un fascio e sono sicuro che in quella rassegna c’erano anche onesti artigiani, attori superbi (Renzo Montagnani in primis) e persone meravigliose. Il punto e’ un altro: e’ lo snobismo demagogico di ritenere entusiasmante un fenomeno solo perche’ ha un pubblico “popolare”. Vorrei ricordare che il “popolo” ha anche applaudito Mussolini, votato D.C. e oggi consuma a go-go soap e fiction televisive.

6 SETTEMBRE

Global Beach, proiezione del documentario Alice e’ in paradiso. Nei giorni precedenti al festival ci era venuto il timore che si trattasse dell’ennesimo evento di movimento subalterno, come se il movimento non potesse agire autonomamente, ma solo come riflesso dell’attivita’ altrui. Invece, complice l’inettudine organizzativa della Mostra e la sua straordinaria incapacita’ di uscire da quel carrozzone che le hanno costruito addosso, Global Beach ha fatto la sua porca figura, meritandosi un’ottima stampa e una presenza numerosa e per nulla scontata. Bello sapere che Naomi Klein e Tim Robbins hanno equamente diviso la loro presenza tra festival e spiaggia, bello vedere tanta gente che rimette a posto un angolo abbandonato del Lido e si crea uno spazio autonomo di incontro.

Per una volta, lasciamo perdere le polemiche.

Sull’Unita’ un pezzo sulla disorganizzazione del Festival. Titolo: Mostra con lentezza. Sulla Nuova Venezia l’incipit legge: “La Mostra del Cinema ha preso alla lettera il titolo del primo film italiano in concorso: lavorare con lentezza”. Bene, vuol dire che quel titolo “resta”.

Riparto da Venezia con un responsabile di Medusa, societa’ che il film ha finanziato e apprezzato, anche se sono sicuro che, senza la caparbieta’ e l’attitudine al rischio della Fandango e del produttore Domenico Procacci (che questo film ha fortemente voluto e difeso), non saremmo mai riusciti a farlo.

Medusa non e’ il diavolo, ne’ la CIA. E’ una societa’ legata al gruppo Fininvest, politicamente molto piu’ “sveglia” e “libera” della RAI dei Gasparri e Vespa, che investe nei film perche’ vuole guadagnarci. Ne’ Medusa, ne’ la Fandango ci hanno mai chiesto di cambiare qualcosa della sceneggiatura, ne’ del montaggio, ne’ mi hanno mai imposto un solo attore. Hanno anche finito con l’accettare un titolo che ritenevano poco commerciale.

Anche a me piacerebbe fare dei film non finanziati dalla triade RAI/Fininvest/Ministero, ma in questo momento in Italia c’e’ questo o il ghetto dell’emarginazione. Finche’ mi lasceranno fare i film in cui credo, nei modi e con le persone che voglio, io non mi tirero’ indietro.

Se mi tirero’ indietro sara’ solo perche’ nessuno vuole vedere i miei film. E, dato che mi piace pensare che il fine di questo lavoro e’ quello di comunicare con altroi/e da me, penso che, se smettero’ di fare film, e’ per andare a zappare, piuttosto che abbaiare ingrato e rabbioso dal canile dell’isolamento.

10 SETTEMBRE

Mentre sono a Fiuggi a vedere il concerto di Patti Smith e a darle la cassetta del film, Domenico Procacci mi chiama per comunicarmi che la giuria, dopo averci considerato fra i film premiabili, non essendo riuscita a trovare l’unanimita’ sul premio da assegnarci, ha optato per una Menzione Speciale, che non significa nulla se non che il film gli e’ piaciuto, ma non tanto dargli un premio. Ovviamente, a noi va benissimo cosi’.

A proposito: Patti Smith as usual meravigliosa, sebbene in formazione solo chitarra e voce con il fidanzato Oliver Ray. Niente male anche Lou Reed in formazione a 2 chitarre e basso. Hanno quasi 60 anni a cranio, ma rimangono 100% punk. Lui presentando un repertorio di soli brani minori. Lei, tra una canzone e l’altra, sputando come dio comanda. Cosi’, senza pensarci su.

11 SETTEMBRE

Mentre sto facendo la spesa, Procacci mi telefona per comunicarmi che ci hanno dato uno dei premi ufficiali: il Mastroianni a Marco Luisi e Tommaso Ramenghi quali migliori attori esordienti. Sorpresa e gioia. Il resto sono corse furibonde per assistere alla comicissima e pallosissima premiazione, partecipare a una cena poco appetitosa nonche’ sfarzosamente noiosa, infine godersi tutta l’assurdita’ del momento: in concorso a Venezia e pure premiati con un film chiamato Lavorare con lentezza ?!? Maodadaismo allo stato puro. Il momento migliore della serata? Quando di fronte a un piatto di spaghetti all’una di notte (per riempirsi lo stomaco dopo gli stuzzichini miliardari della cena “ufficiale”), Marco Luisi ci dice: “Avete visto chi si e’ girato a guardarmi quando hanno annunciato il premio? Quello scemo della pubblicita’… quello che dice Gianni, l’ottimismo…”. Procacci ed io ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere. Quello scemo e’ Tonino Guerra, sceneggiatore che ha fatto la storia del cinema italiano e mondiale. Ma per Marco, e tanti della sua eta’, e’ solo uno scemo che fa la pubblicita’ di un elettrodomestico.

Mao-dadaismo!

12 SETTEMBRE

Leggo i giornali e mi riferiscono dei TG. La notizia e’: nessun film italiano e’ stato premiato a Venezia, il cinema italiano e’ in lutto per la mancata assegnazione del premio al film di Gianni Amelio. Vuol dire che noi non siamo un film italiano. Bene cosi’.

L’unica sfida vera che ci attende: dimostrare, nelle sale e con il pubblico, che questo film ha un suo valore e una sua importanza. Bye bye Venezia. Torniamo al mondo reale.


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Lele Dainesi is a journalist, technologist, and podcaster in Milan, IT. Previously Manager of Strategy and Business Development for Vodafone Italy NOW Lele is the Executive Communication of Mr. Stefano Venturi CEO Cisco Systems Italy. Read more...


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