I blog re-intermediati

i blog re-intermediati

LUCA DE BIASE ha scritto un interessante articolo sull’ultimo numero di Nòva, in cui parla del processo in corso di (1) disintermediazione del marketing vs (2) re-intermediazione delle vendite.

Mi ha fatto riflettere -in particolare- l’attacco, che parla di un problema annidato nella “social Internet” e che IMHO non è ancora stato affrontato come merita:

Un tribunale belga ha ordinato a Google di cessare la riproduzione di contenuti appartenenti ai giornali di quel Paese. Se non lo farà dovrà pagare un milione di euro al giorno. Motivo? I link e gli abstract che Google riporta nella sua sezione “news” sono proprietà intellettuale dei giornalie, riportandoli sul suo sito, Google fa soldi ingiustamente con la sua raccolta pubblicitaria. I giornali belgi vogliono che Google chieda l’autorizzazione e paghi per riprodurre i loro contenuti. “Google guadagna con la nostra proprietà intellettuale” dice un rappresentante legale dei giornali intervistato dall’agenzia Reuters.

L’altro giorno gironzolando in rete, ho trovato i contenuti del blog di Layla Pavone sul sito di Assodigitale, presentati secondo una logica di feed RSS. Ho subito scritto a Layla per sapere se era al corrente del fatto che il suo blog è “mirrorato” da un’altra parte (sapendo anche che fa parte dell’associazione). Successe anche a me -sempre con la stessa società- di ricevere una chiamata da Michele Ficara che mi chiedeva di riprendere i contenuti di Peppersushi (gratis) per riempire di contenuto il suddetto sito. Risposi che ero contrario.

La moda di “feeddare” contenuti è nata con i podcast, ma in questo caso va benissimo perchè crea un’alternativa alla pubblicazione su iTunes Music Store; e al suo strapotere. Per il blog è differente (i contenuti di Peppersushi sono tra l’altro sotto il copyright di adpepper che me li ha commissionati). Su quasi tutti i nostri blog c’è la dicitura Creative Commons, ma qui il dubbio è lo stesso di cui parla De Biase nel suo attacco: non è che qualcuno sta traendo un valore economico dalle cose che i blogger scrivono per la “social Internet”; magari senza neppure dirglielo?

Al di là della pubblicità anche i database ricchi di contenuti hanno un prezzo in questo nostro mercato, e inoltre molti utenti potrebbero “disabituarsi” a visitare i singoli blog -o a leggerli dai loro software aggregatori- a vantaggio di siti che ri-aggregano per se stessi; togliendo al navigatore meno esperto anche il solo fastidio di aggiungere un feed RSS nella colonna del proprio browser. Grandi deviazioni di “grandi” volumi di traffico (nel caso di blogger molto affermati).

Non è comunque l’unico caso, tempo fa lo notai anche con i contenuti di Key4Biz.it; molti dei quali sono sotto copyright e in aree riservate del sito; accessibili solo per gli abbonati. Esistono siti come ADVMagazine che riprendono interamente il feed degli articoli e li ripropongono. La domanda (a cui non ho risposta come nel caso di Layla) è: saranno d’accordo o la cosa avviene a totale insaputa? La fonte è citata, certo, ma eventuali guadagni derivanti da pubblicità o da volumi incrementali di traffico generati sono condivisi?

La stessa cosa accade nel mondo dei telefonini con siti come Wireless Italia e ZoneH oppure Tel.it (che mirrora tra gli altri Cellular Magazine) che funzionano da super-aggregatori e ripropongono i contenuti di altri siti. E chissà in quanti altri casi, basta scrivere su Google questa dicitura “option,com_newsfeeds/task,view/feedid” per accorgersene.

Non rimane che ribadire che i contenuti Creative Commons (parlo per i blogger in particolare) non sono sinonimo di: “fai quello che vuoi” ma: “attieniti a una policy che io autore ho deciso per i contenuti che ho creato (con il sudore della mia fronticina)” e quindi anche “almeno dimmelo che me li prendi” e se proprio riesci a farci dei soldi, almeno “dividiamo!”


47 Responses to “I blog re-intermediati”  

  1. 1 theo

    Qualche considerazione buttata lì: se i miei contenuti sono pubblicati con una CC come la tua (share alike, attribution, no commercial) e quello che li riprende rispetta la licenza secondo me non è tenuto ad avvisarti se non per una forma di cortesia. Diventa però difficile quando si parla di siti come digg o aggregatori stile news di google (imho). al di là delle considerazioni legali, non mi sentirei comunque di classificare come commerciale un sito che aggreghi feed e inserisca qualche pubblicità, probabilmente rientra (forse) dei costi dell’hosting e d’altra parte fornisce un servizio a quelli che non usano i feed o che magari non sanno cosa sono. Il ritorno per il blog che ha originato il contenuto non è diretto (ti pagano) ma indotto in fondo il link per noi ha un valore, inoltre il lettore che cerchi informazioni sempre fresche o più approfondite, probabilmente seguirà il link verso il tuo blog.
    Per te che sei un markettaro riassumerei dicendo che quel che riguarda i blog, entro certi limiti, la ridistribuzione è un male necessario in quanto permette ai post di uscire dalla blogpalla.

  2. 2 Simone Lovati

    Ottimo post! La diffusione dei contenuti fuori dal sito d’origine, è la base di quello che da un pò ci viene propinato come il web 2.0.
    Ma se i contenuti è quanto mai giusto condividerli a livello globale e fare in modo come dice Theo che escano dalla “blogpalla”, quanto è corretto che vengano strumentalizzati per fini economici all’insaputa dell’autore?
    Io sono d’accordo con te. In passato mi è capitato e mi sono piuttosto incazzato, visto che nel mio caso ci si era “dimenticati” di inserire anche la fonte!
    Se poi con i miei contenuti ci si faccia 1€ o 100′000€ poco conta, si è comunque al di fuori della licenza Creative Commons.
    Fin qui tutto semplice.
    Il problema è che praticamente tutti i siti web di notizie e recentemente anche molti blog hanno al loro interno advertising e annunci ADwords, perciò chiunque di essi ripubblichi i nostri feed rischia di uscire dai confini della licenza.
    L’idea di avvisare l’autore, anche se non in linea con le licenze Creative Common, può essere una soluzione al problema, qualcosa del tipo “Creative Commons, solo se me lo chiedi!” ;)
    P.S. Ben ritrovato sul tuo blog, ne è passato di tempo (e di marketing) dai tempi del liceo e del calcetto in giardino!

  3. 3 daino

    grazie Theo ma rimango convinto che i post ripresi per intero non rimandino al blog dell’autore ma siano perfetti sostituti del blog originale

    ovviamente non parlo del mio, che non vanta traffico come un blog “seguito”, però secondo me il problema esiste e i siti che ho citato non hanno bisogno di rientrare di qualche costo di hosting

    cmq spero che la discussione continui e di avere il punto di vista di altri amici blogger

  4. 4 daino

    Ma grande Simone! Quanto tempo dall’adolescenza, pazzesco ci si ritrovi su Internet. Ti chiamo una di queste sere, mandami il tuo cellulare via mail privata! :D

  5. 5 mafe

    Se mi viene attribuita la paternità e se viene sempre linkata la fonte originale, qualunque cosa mi permetta di moltiplicare la diffusione di ciò che scrivo è benvenuta.
    Se qualcuno ci guadagna buon per lui, il vantaggio (maggiore notorietà) per me è sempre superiore allo svantaggio (perdita di guadagni teorici).
    Sono dello stesso avviso anche per attività professionali e per testate note, secondo me in Internet qualunque cosa va condivisa senza orticelli, se gira e c’è il mio nome su la rete se ne avvantaggia e io pure.
    I giornali belgi non considerano il valore di branding e diffusione di Google News, capitale immateriale per cui qualunque testata spende ben più di quello che perde in pubblicità.

  6. 6 Paolo Attivissimo

    Lele mi ha chiesto di commentare, lascio il mio 2 eurocent:

    Personalmente non ho alcuna obiezione a essere “feedato” o linkato o copiaincollato altrove, finché permane un link al mio originale.Ci perdo qualche Adsense? Pazienza, non ho mai scritto blog e siti per fare denaro, altrimenti sarei in perdita secca se facessi il rapporto ore/guadagno (io faccio invece un rapporto ore/piacere di scoprire e condividere).

    Capisco che chi blogga per avere un ritorno economico possa essere scocciato. Ma è un po’ come il discografico che si scoccia per chi scarica a scrocco la canzone (detto questo vado a infilarmi la tuta d’amianto).

    Per me conta più la diffusione delle idee che la diffusione di un nome o di un autore. Questo è l’ideale dell’Internet che ho visto crescere e che amo. Vorrei che si evitasse di cadere nella trappola del commercio… “Information wants to be free, but authors want to be paid” mi suona male :-)
    Ciao da Paolo.

  7. 7 boh

    Lele, forse non so se mi leggi ma proprio ieri ho scritto su di un mio post copiato pitto pitto, paro paro, da un altro blog circa un mese dopo, link inclusi, foto inclusa. Ma è stato copiato anche da giornali e quotidiani importanti, ora me li riprendo in biblioteca e lo pubblico. http://orientalia4all.net/post/blogger-disinformati-copyright-e-plagio-di-buddha-boy

    Devo dire che gli ho scritto e me lo ha tolto scusandomi. E’ un blog che ripropone cose culturali e di attualità di blog importanti, ma non copiati! Mi sarei dovuta sentire lusingata? per niente! sono abituata e sono infuriata, sai su carta che qui online.

    I miei articoli del blog sul Nepal durante la crisi sono anche stati ripresi completamente dai giornali, stavolta. Uno su Repubblica (in prima pagina) di un nome importante sembra, guarda un po’, appena appena parafrasato dal mio post sulla detronizzazione di Re Gyanendra.

    E guarda che non ho licenza cc, ma © 2004-2006 Enrica Garzilli. Tutti i diritti riservati.
    Voglio dire, più chiaro di così.

    Non so se Google faccia una cosa illegale, certo è che per la nostra Asiatica Association http://www.asiatica.org Google Scholar non riproduce le pagine intere ma solo dei paragrafi corti. E non ha cache.
    Ci mancherebbe! Ci pubblicano studiosi “seri” che lo fanno di mestiere.

    Ma anche tu fai questo mestiere, quindi…

  8. 8 Andrea Beggi

    Posso accettere che i miei feed vengano riaggregati, ma nel caso ci sia scopo di lucro, anche minimo, vorrei che il permesso mi fosse sempre richiesto, e vorrei valutare caso per caso. Io ho scelto di produrre un feed completo per favorire i lettori, ma mi rendo conto che mi espongo di più ad eventuali utilizzi non “fair use”.
    Il furto di informazioni su internet non riguarda solo i blog, e comunque il problema, purtroppo, è sempre lo stesso: il pesce grosso si mangia il piccolo.
    Molto spesso vediamo contenuti copiati senza citare la fonte anche quando questa è importante ed autorevole, figuriamoci in che conto vengano tenuti i blog.

  9. 9 jtheo

    Vabeh diciamo che se riprendono un mio post e lo ripubblicano su un sito ad alto traffico dove ci fanno un sacco di soldi e non mettono almeno un link al mio blog, m’impensierisco anche io (soprattutto perché non riesco ad immaginare la faccia di quello che fa una cosa simile).
    Detto questo se dal mio post ci guadagna un euro mi va bene perché vedo l’allargamento della blogpalla come un servizio, numeri come quello capitato ad Enrica no, non li sopporto.

    ps
    1) Devo proprio metterle a posto ste accentate che danno fastidio a me
    2) Dobbiamo parlare di questa colonna qui a destra che nei post mi scivola fin nel colon…
    3) Sei sicuro sicuro di volere il faccione? Ma sicuro?? Non è che me lo fai rimettere e poi ritogliere di nuovo??? :D

  10. 10 massimo mantellini

    Lele,

    e’ l’equilibrio impossibile. Ogni caso fa storia a se. Io pubblico da anni un blog personale. Un blog senza pubblicita’ e senza aspirazioni ad averne. Non tollero che i contenuti che li si trovano possano andare a finire dentro contenitori commerciali (kataweb c’ha provato qualche settimana fa gli ho chiesto di smettere e l’hanno fatto) senza la mia autorizzazione. Libero blog cerca di mediare un po’ (hanno pagine senza pubblicita’) mi scoccia che cambino titolo e layout ai post ma alla fine li ho lasciati fare. Qualcuno mi ha proposto di partecipare ad aggregatori commerciali dividendo gli introiti della pubblicita’ (non ho in effetti molto in contrario). Ma posso capire che ci si regoli diversamene: per esempio che per qualcuno sia equo lo scambio contenuti= notorieta’ anche se a me interessa poco. Cosi’ come capisco che qualcuno con aspirazioni editoriali imponga un copyright stretto sul proprio materiale. Io quello che cerco di ricordare sempre e’ che sono in rete prima di tutto per condividere pensieri e punti di vista….e che tutto il resto viene dopo. Ma insomma: non e’ obblgatorio:-)

    saluti

  11. 11 Luca Conti

    Lele, a mio avviso il problema è mal posto.

    E’ tutta una questione di licenza e di diritti d’autore. La licenza CC tutela il diritto d’autore, legalmente, come il copyright - lo sai meglio di me - e pone alcune condizioni di utilizzo, più aperte del copyright.

    Ognuno sceglie le proprie o si tiene il copyright. Un’alternativa è di aggiungere condizioni. Nel PDF che ho pubblicato ad agosto sui giornali italiani e Internet ho messo una esplicita licenza CC sulla prima pagina, con un’avvertenza in più: essere informato via email di qualsiasi suo utilizzo, ovviamente conforme alla licenza.

    Se offri il tuo feed con un licenza non commerciale, chi lo usa non può associare pubblicità. Se lo fa è passibile di denuncia. Se lo offri con la sola attribuzione, va da sé che chi lo prende deve citare la fonte con link incluso. Se non lo fa, lo puoi denunciare.

    E’ una questione di scegliere la giusta licenza, essere consapevoli del suo funzionamento ed essere pronti a far valere i propri diritti, quando dovessero essere calpestati.

    Tanto per citare un esempio, nel sito http://www.sxc.hu/ sono presenti migliaia di foto ad uso gratuito, anche per fini commerciali, ad alta risoluzione. Spesso l’autore non vuole essere pagato ma, nella quasi totalità dei casi, chiede di essere esplicitamente informato.

    P.S.
    Se usi Feedburner puoi controllare chi fa un uso improprio del tuo feed, ripubblicandolo su un sito web.

  12. 12 daino

    Ho letto tutto appena sbarcato a MI Centrale mentre mi cercavo di accaparrare le ultime due macchine di Cars da McDonald (a proposito qualcuno ha Cricchetto e Saetta che me li sono persi la prima settimana?) :D
    A parte questo, trovo molto interessante i vostri commenti. Io parlo da uomo di marketing che è stato abituato a pensare (magari sbagliando ammetto) ch se abitui un lettore a una “customer experience” quel lettore non si disabitua più.

    Il punto è che le licenze Creative Commons le conosciamo noi, ma ammettiamolo, le aziende non sanno neppure che cosa siano. Pronto a essere smentito da Juan Carlos de Martin (che invito in questo dibattito). Ha ragione Luca che li posso denunciare ma poi alla fine non lo faccio perchè anche a me -e sono d’accordo con Mafe e Paolo- interessa che le mie idee circolino e creino dibattito. Comunque non trovo corretto, come dice Enrica che senza ch tu sappia nulla qualcuno riproponga i tuoi contenuti per aumentare il traffico sul tuo sito. E’ anche una questione di stile!

    Io non imporrò mai copyright ai miei contenuti “bloggari” perchè non mi interessa però penso che aprire siti con feed che ripescano tutto quello che scrivo -come ci spiega Andrea, la scelta è nosra, di una ns impostazione di content management- non sia un buon andazzo della rete.

    Mi sembra un uso “furbino” della tecnologia RSS, che ripeto, per i podcast va bene (bypasso iTunes) ma per i blog … mah

    P.S. per Theo: SI voglio il mio faccione sull’anteprima di stampa, ma è Creative Commons? :D

  13. 13 Bruno

    Ciao Lele,
    mi fa sorridere pensare che dopo anni in cui il web (e anche i bloggers) hanno ripubblicato contenuti “protetti” in nome del fair use adesso possano passare dall’altra parte. La rivendicazione dei giornali belgi, poi, ci riporta indietro di anni quando si parlava di deeplinking.

    Personalmente sono contro ogni forma di copyright e sono contento che le mie idee e le mie creazioni circolino liberamente. Purché rimanga il link che è l’unico valore che dovrebbe essere sempre riconosciuto e la disponibilità a eliminare il contenuto copiato a richiesta dell’autore. Non tanto, o non solo, per questioni commerciali ma per evitare di essere associato a soggetti editoriali di cui potrei non condividere lo spirito e il comportamento.

  14. 14 jtheo

    A proposito di autoreferenzialità cito un Tuo commentatore visto che non hai pubblicità :P IDIOTI
    Jeff Jarvis ha un parere piuttosto netto su Foxnews cha ha fatto rimuovere da YouTube una propria intervista a Bill Clinton.
    via Mantellini
    Una considerazione, l’utente a cui fai riferimento quando dici che si disabitua è un lettore “vecchio” che:
    A) se legge che sono atterrati i marziani ci crede
    B) anche se legge il tuo link probabilmente non lo segue perché pensa che gli vuoi vendere qualcosa
    Ora mi chiedo ma a te, di uno come questo… cosa te ne importa?

    PS
    1) Si, penso sia CC ma non nel senso di Creative Commons :D 2) Un bel plugin per editare i commenti in wysiwyg che a scrivere questo mi è venuto il mal di mare? :D

  15. 15 Alberto Pian

    ciao lele come sai pubblico molto in rete, libri, saggi, schede, ecc. e lo faccio gratis. ho anche pubblicato e pubblico a pagamento. non tengo però blog e non mi occupo di informazioni, quindi pubblico generalemente impaginati in pdf, forse più difficili da copiare o da inserire così come sono. resta il fatto che certamente se ne possono prendere delle parti, ecc. e il problema è dunque simile. e in effetti mi è anche capitato. io dico: se uno guadagna con quello che faccio mi dovrebbe fare una proposta. poi decido che cosa fare…
    invece sull’essere informati su come i nostri lavori vengono ripresi e perché è un po’ più complesso e bisogna distinguere i casi. per esempio se cito il lavoro di qualcuno non è detto che lo debba avvisare: è come citare un testo all’interno di un saggio, mica vado a scrivergli che l’ho citato! e non divido con lui i proventi della mia opera solo perché l’ho citato. per gli articoli è lo stesso e inoltre, se non sbaglio, il diritto d’autore consente la pubblicazione integrale degli articoli o di parti di essi. non discuto che sarebbe carino esere informati, ma se restiamo nel campo delle citzioni e del diritto di cronaca non è obbligatorio.
    finché ti riprendono su internet almeno c’è visibilità: prima o poi ci arrivi a quel sito o a quel feed che ha ripreso una cosa tua.
    ma quando invece svolgi ricerche e produci lavori che, senza dirti nulla, vengono utilizzati, per esempio, nelle università, o da consulenti e riproposti come loro? questo è più difficile da scoprire di un feed rss. ed è anche più subdolo.
    certo l’rss potrebbe diventare un sistema per feeddare di tutto e costruire un piccolo o grande businnes senza poi lavorare granché. d’altra parte la società nella quale viviamo è ancora… capitalista no? (sfruttamento del lavoro altrui… cose così…). sicché il problema, in questo quadro, secondo me è irrisolvibile.
    però su internet disponiamo di un maggior controllo.
    in quanto alle cosiddette “licenze” servono solo per la genta comune: chi vuole a tutti i costi prendere il frutto del tuo lavoro lo fa tranquillamente e quindi a che cosa serve dire che sei protetto da questa o da quella licenza? in molti casi mettere un bollino è solo una sorta di autosoddisfazione personale (legittima). funziona per se stessi.
    del rsto la legge italiana sul diritto d’autore non prevede che vi sia nessuna dicitura obbligatoria: un’opera qualsiasi è tutelata e coperta dai diritti nel momento stesso in cui è prodotta, non sarebbe necessario neppure inserire simbolini o specificare i diritti.
    infine c’è anche un altro problema, qualcuno potrebbe esere contento che i suoi lavori vengano ripresi altrove, anche per farsi pubblicità e in questo caso è disposto a chiudere un occhio… finché non diventa famoso sua volta… e allora cambia idea in 24 ore, come dire: sui diritti vige un’unica legge, quella del “che cosa mi conviene di volta in volta”… no?

  16. 16 Alessandro Palmisano

    La moda del feed RSS ha fatto nascere parecchi portali che sono delle vere e proprie scatole vuote. Quel tel.it che citi tu, Lele, è solo uno dei tanti esempi di utilizzo “furbetto” di questa tecnologia.

    Mi è capitato, un giorno, di scoprire per caso che una di queste “empty boxes” avesse deciso di sfruttare, tra gli altri, anche le news del portale Mac che gestisco. La citazione c’era, e il rimando anche alla news originale anche. Ma nessuno aveva avvisato né me né gli altri editori on line: un paio di furbetti del web avevano intravisto la possibilità di facili guadagni (mediante banner di cui era cosparso il layout) creando un nuovo portale di news sul mondo Apple che altro non era se non un banale aggregatore che sfruttava il lavoro altrui, senza offrire la benchè minima dose di valore aggiunto per l’utente finale. Un vero e proprio atto di sciacallaggio nei confronti di chi si impegna a fare informazione di valore.

    Ben vengano invece, previo accordo, le integrazioni di contenuti altrui con i propri contenuti, facendo viaggiare i bit mediante questa fantastica tecnologia. Il mezzo è buono e potente, tuttavia è nell’uso che se ne fa che occorre trarre le giuste conclusioni.

  17. 17 Francesco Stagno

    Non sono un esperto di marketing ne un “uomo di legge”, ma credo di aver capito il perchè sono stato invitato a postare un commento in questa interessante discussione.

    Mi sembra di aver capito, è perdonatemi se sbaglio, che gran parte dei problemi descritti nei commenti riguardano l’uso di post, o interi feed, altrui per scopi commerciali (in ogni modo possibilie ed immaginabile). In questo caso mi sembra di aver capito che i problemi sono sostanzialmente riconducibili alla ricerca di strumenti affidabili per l’individuazione di uso improprio dei contenuti pubblicati sui nostri rispettivi siti e le modalità di applicazione della legge sul diritto di copyright.

    Senza addentrarmi in un ginepraio, credo che parte della soluzioni al problema, qualora ne esista una, risiede sempre e comunque nell’attuazione del diritto di copyright entro i limiti concessi dal titolare di tale diritto. Nel mio caso specifico, i contenuti presenti sul sito internet EnglishBlog.it sono sostanzialmente lezioni “originali”(leggi create ad hoc) la cui proprietà è del Centro Linguistico d’Ateneo Messinese ed in quanto tali sono protette dal diritto d’autore. In casi autorizzati, parte del feed (il titolo delle lezioni ad esempio) potrebbe essere aggregato all’interno di portali, rimandando però la consultazione al sito originale.

    Prima di pubblicare online i contenuti, sopratutto dei podcast, ho cercato di documentarmi al meglio e devo dire che, da non addetto ai lavori, le CC mi sembra diano un giusto margine di libertà per tutte quelle opere che non pongono alla base della loro creazione un impegno economico. Per il resto mi sembra che la vecchia dicitura “Copyright © xxxx-xxxx aaaaaaaaaa Tutti i diritti riservati aaaaaaa” sia più utile che mai.

    Infine direi che concordo pienamente con quanto sostenuto da daino. Solo sull’affermazione “attieniti a una policy che io autore ho deciso per i contenuti che ho creato (con il sudore della mia fronticina” aggiungerei “e con i dindini del mio portafoglio)”.

  18. 18 lux

    Non so da dove partire e allora scendo in piazza.
    Figurativamente; può essere altrimenti il salotto con gli amici, o la palestra, un convegno, il treno la mattina.

    Quante volte abbiamo ripetuto ad altri un’idea, un concetto geniale che abbiamo sentito? E quante volte è successo che altri ripetessero una nostra idea geniale? (nel mio caso, sicuramente tante e certamente poche). Insomma: le idee espresse oralmente non hanno copyright né licenze.

    Le idee scritte, invece, sì. Ma le idee in un blog sono orali o scritte? Per secoli il concetto di “scritto” è stato associato alla carta e la replicabilità della carta è limitata. La replicabilità dello “scritto” su Internet è infinita. La mia conclusione: i blog sono “scritti” in senso lato, certamente perché quasi tutti usiamo una tastiera, ma per il resto sono borderline con l’espressione orale, nel senso che la loro controllabilità in termini di rispetto del copyright è vicina all’impossibile.

    Francamente, sono con Mafe. Se mi divulgano, buon per me, comunque. Se lo fanno scopiazzando e senza link sono bastardi, ma forse lo stanno già facendo e non li scoprirò mai. Se ci guadagnano soldi, buon per loro. Al massimo dovrei chiedermi perché non mi metto a guadagnarli io, visto che tutto sommato arrivo prima di loro a scrivere le mie idee. O perché non aggrego la roba loro per ripicca, e vediamo se hanno il coraggio di denunciarmi. Se li scopro e li diffido, ma non smettono, o difendo seriamente il copyright e mi sobbarco gli oneri di una causa, o di fatto li autorizzo a proseguire. Chi ha detto che la vera libertà di espressione, che contempla anche la giusta proprietà intellettuale, non possa a volte costare sacrificio? E se non me lo posso permettere (io non potrei, per esempio), o accetto la situazione o devo ripensare la mia strategia, ché non l’ha ordinato il dottore di avere un blog.

    Insomma, a me dà l’aria di una battaglia persa in partenza, come quelle della Riaa contro il P2P. Nel momento in cui tutti abbiamo un blog, non posso passare l’esistenza a cercare chi mi copia. Mi conviene di più portarmi un passo avanti a loro.

    Un’ultima annotazione un pizzico tecnica: un blog che si replica integralmente via feed sta dicendo “sono qui, copiami tutto”. Una volta, quando Internet era una cosa seria, si faceva un feed con un titolo e un abstract, per invogliare a cliccare la gente che volevamo finisse sul nostro sito a leggersi il resto. Dici che se non mandi il feed integrale non ti aggregano e allora perdi di popolarità, eyeball, AdSense? Vuoi la botte piena e la moglie ubriaca; mandi a tutti i tuoi contenuti nella loro interezza e ti lamenti pure che li usano…

    Personalmente, mi incazzo di più quando leggo sui blog bugie, pseudonotizie non verificate, povertà di linguaggio/cultura/istruzione. Certo, sarebbe bello se in Rete girassero solo persone oneste e specchiate, intrise di deontologia professionale. Ma in Rete gira la stessa gente che gira per la strada…

  19. 19 daino

    Mi sta piacendo quello che leggo, adesso mi butto nella gilda di world of Warcraft e domani rileggo tutto, impacchetto e magari ci scrivo sopra un pezzettino.

    Ho imparato molto stasera e cazz che bello il blog! :) Notte

    P.S. Theo se non mi metti a posto l’anteprima … :)

  20. 20 Samuele

    E’ difficile giudicare. Mi piace prendere in considerazione caso per caso. Il mio non è un blog commerciale, non scrivo a fine di lucro e quando qualcuno ripropone i miei contenuti mi fa piacere. Certo se il sito che ripropone quello che ho scritto è a fine di lucro e se non vengo citato la cosa potrebbe darmi fastidio. Ma bisogna giudicare caso per caso, generalizzare è sempre sbagliato. (o quasi).

  21. 21 Andrea Tortelli

    Francamente trovo la sentenza del tribunale belga un precedente pericolosissimo. Le news di google non sono altro che rimandi a siti in cui qualcuno ha voluto (voluto!) rendere disponibile a tutti determinati contenuti. E l’idea che link e abstract possano diventare proprietà intellettuale tutelata mi terrorizza. Sarò un romantico, ma secondo me ne va della sopravvivenza stessa della rete intesa come luogo di libertà (almeno sperata). Quanto ai siti civetta che aggregano contenuti in automatico (le scatole vuote di cui parla Palmisano) credo che il problema sia tutto dei motori di ricerca che dovrebbero filtrare quei siti per lasciar posto agli originali. Diversa (ma non troppo) è la questione del citare un intero articolo: per conto mio copiare un testo dovrebbe essere sempre lecito, purché se ne citino in maniera chiara l’autore e la fonte. Il fine della citazione (lucro? diletto?) però non mi sembra questione decisiva. La vera distinzione da fare, secondo me, è fra chi sceglie liberamente cosa riportare sul suo sito e quei siti che aggregano le notizie in automatico. Se non ci vogliono mettere nemmeno la fantasia, insomma, che paghino…

    a.

  22. 22 Axell aka Andrea Toso

    Il web oggi è una macchina che per funzionare ha bisogno di contenuti e di partecipazione. Io aggiungo anche… Condivisione. Lasciamo alle spalle le vecchie idee sul diritto d’autore e sulla proprietà… tanto non funzionano.
    Condividiamo e creeremo la madre di tutte le peer 2 peer network. Quella che condivide anche i … pensieri. :-)

  23. 23 Davide

    Come blogger sono nato ieri e come la maggior parte delle persone non ho certo aperto un blog (il mio, poi qualche altra cosa di commerciale la sto provando a fare) per far soldi. Però poco importa la ragione per cui uno si apre un blog. Quello, condivido in pieno Luca Conti, è come si decide di renderlo riutilizzabile agli altri e questo lo si può tranquillamente dichiarare, con o senza licenza CC. Chiunque non rispetti quanto dichiariamo, magari perché abbiamo autorizzato l’uso non commerciale e lui mette il nostro feed nel suo blog con un post solo di prova e ADSense, pure se lo vede solo la sua mamma, è denunciabile e via dicendo. Però la verità è che al 90% dei casi vale di più la visibilità ottenuta (dando per scontato che almeno il link e la fonte siano citati) di quanto valgono, pubblicitariamente parlando, quelle poche righe ripubblicate lì.

    Detta questa banalità vediamo se riesco a guadagnarmi anche io i 2 cent che Lele mi dovrà dare per il mio commento :-) Il problema è ben diverso se ci mettiamo a guardare le cose nell’ottica di Google e di un grande quotidiano. Prima di venire qui a scrivere mi sono andato a guardare con occhi diversi la mia HP personale di Google e poi Google News e Google Reader. Con questi strumenti e con un colpo d’occhio, viene meno il bisogno di andare a vedere il sito del Corriere, di Repubblica e del Sole e dei blog e di altre decini di siti, commerciali o meno, che al 90% non andrei a vedere comunque visto che ogni tanto si deve anche lavorare, però un po’ si. E poco importa che magari segua qualche link. E ancor meno importa che in questi servizi specifici non ci sia pubblicità, perché comunque dal momento che li fruisco su Google i signori in questione mi stanno perdendo (più o meno) come impression da banner o visitatore unico e quindi, per loro, un danno c’è comunque.

    E per quanto Google sia più o meno onnipotente, tanto che se non appari su Google non esisti, la sua quasi democratica onnipotenza ha un valore in visibilità per i comuni mortali e un valore un po’ più basso per chi, comunque, un nome se lo è costruito nel mondo reale stampando giornali da più di cento anni. E’ vero, essere in Google News serve anche a loro perché altrimenti perderebbero la competizione con le testate emergenti fino a non esistere più, ma useremmo questi servizi se lì ci fossero… solo i blog? Noi forse si, ma tutti gli altri?

    A me Google è simpatico nonostante sia sempre più …tutto…, così come mi è simaptico YouTube e tanti altri servizi… più o meno democratici, più o meno equi nel redistribuire una ricchezza generata dal basso, ma al di là di questo è vero che sono soprattutto bravi a capitalizzare in borsa un qualcosa che non gli appartiene o, visto il valore di vendita di cui si parla per YouTube, a diventarci ricchi sopra e questa non è proprio una cosa che dovrebbe passare inosservata.

    Quando ho cominciato ad occuparmi di editoria online per riempire il nostro database di film ci siamo messi lì a scrivere schede su schede, sudando spiccioli che alla fine sono diventati investimenti ingenti. Oggi basta dare ad ognuno i suoi 5 secondi di gloria e ti ritrovi le schede tutte compilate e per te, quelle schede, sono comunque un valore che se hais critto bene le condizioni di utilizzo del servizio puoi sfruttuare commercialmente in ogni direzione e in ogni dove.

    Applicato su scala globale questo significa che il valore del singolo tassello (un post, una foto) di prorietà intellettuale tenderà sempre di più a zero, mentre si creerà sempre più valore per gli intermediari che aggregano, e il valore dell’aggregatore globale tenderà all’infinito.

    Quindi l’idea di chi voleva reinvestire tutti i guadagni di ADSense per comprarsi Google non era proprio sbagliata (ricordo sta cosa ma non trovo il link), perché quello che facciamo noi nel nostro piccolo vale sempre di meno, in una “blogopalla” che cresce sempre di più. E poco importa se Google mi paga per il suo ADSense, perchè la sproporzione tra il suo guadagno globale e il mio singolo guadagno è destinata ad incrementarsi e quindi il produrre proprietà intellettuale come mestiere è destinato a scomparire.

    Forse è giusto che sia così. Le cose che valgono poco (tipo copiare e incollare il cast di un film o l’indirizzo di un ristorante) varranno (già ora) meno del lavoro che serve a copiare e incollare e poi via via il lavoro intellettuale diventerà tutto un investimento, quindi non retribuito, che eventualmente genererà un ritorno solo riuscendo ad emergere dal rumore di fondo globale. Come dire che il giornalista (ma anche il fotografo, il regista e il musicista) smetteranno di esistere come lavoro, ognuno potrà però contribuire al sistema, semplicemente raccontando la sua quotidianità. E magari 1 su un milione farà cose così interessanti da guadagnarci pure qualche soldo.

    Ma che gli editori questo lo stiano solo a subire, sarà difficile, e forse un non accettarlo del tutto incondizionatamente, visto che è la comunità che tiene viva e diffonde internet 2.0 oggi ad innescare la miccia, non è un male.

    Tutti abbiamo visto Epic (http://mccd.udc.es/orihuela/epic/): alcune cose stanno accadendo un po’ prima, altre un po’ dopo!

  24. 24 mafe

    Davide, ottime riflessioni, complimenti. Hai ragione e (imho) torto allo stesso tempo: è verissimo che il valore del singolo contributo tende a zero e che quello che conta è la capacità di aggregare, ma dal punto di vista degli editori la reazione sensata dovrebbe essere di cavalcare il fenomeno, non di cercare di arginarlo. Aggregare non basta per avere successo, bisogna individuare e creare un senso, un percorso, una sintesi: questo è fare informazione oggi, secondo me.
    Ogni nuova forma di comunicazione ha generato ex post un modello di business (non è che la televisione sia nata con lo spot pubblicitario incorporato, per dirne una), il lavoro degli editori dovrebbe essere cercar di far soldi rispondendo alle nuove opportunità e alle esigenze in evoluzione dei lettori, non mantenere lo status quo (strategia perdente sempre).

  25. 25 Kharlo

    Prima di tutto, non sono un blogger. Ma so cosa vuol dire sforzarsi di lavorare a qualcosa di corretto e interessante, e magari ben scritto, che poi alla fine viene considerato “dù cartelle”. Credo sia molto difficile essere valutati e considerati bene se non ti sei fatto un nome “famoso”. In un certo senso, bisogna curare il proprio brand. O no? Forse è proprio quello che fanno alcuni blogger, giustamente, con fatica, con costanza. Non voglio uscire fuori tema, vorrei solo dire questo: scrivere è faticoso, ci riesci solo se lo fai spesso e di continuo, a pochi va di scrivere e lo sanno fare bene (che tutti vogliano diventare scrittori o fare i poeti, è affare diverso). Chi ha i contenuti oggi ha la vera ricchezza, chi li sa plasmare e organizzare, chi li sa gestire ha il potere. Nella mia esperienza su internet ho notato due impostazioni diverse e opposte: il primo gruppo lo chiamerò dei Forte-Apache, il secondo dei Borg. Ho avuto realmente a che fare con entrambi, davvero, e ancora oggi.
    Nei Forte-Apache metto la redazione, il gruppo di ricerca o altro che ha un sacco di contenuti ma non vuole svenderli o farseli “fregare” e quindi non vuole condividerli (scopo del web) se non con 3000 paletti e protezioni, registrazioni utente, codici segreti, “dimmi-chi-sei-e-poi-te-li-do”, pdf protetti da stampa e modifica, post in aree riservate con password. Creare quei contenuti è costato fatica, tempo e denaro, e considerando come si comportano i Borg, viene da pensare che abbiano ragione. Però, a che serve internet a questo punto? Che senso ha? Nessuno li vedrà e in fin dei conti ci rimette la rete, quindi tutti.
    Dall’altra ci sono i Borg: associazioni o aziende che “vogliono fà er sito” e che pensano di cavarsela imbottendo una home page di contenuti presi qua e là, minimo sforzo massima resa. Il meteo di quel sito, i feed di quell’altro, le news di questo o quello. Alcune volte ho dovuto creare due siti diversi con gli stessi contenuti. E’ facilissimo con i CSS. Nemmeno lo noti, perche “tanto la ggente sono ignoranti, manco li leggono sti testi, guarda quanto sò lunghi, e chi li legge?”. Ancora, a che ti serve internet a questo punto? Ancora, che senso ha?
    Morale della favola, c’è tanto dilttantismo e tanta furbizia (sono banale, lo so). Il mio parere è che se vuoi mettere una serie di link sul tuo sito che rimandano ai miei post, ben venga: si chiama ipertesto. Tu porti lettori a me e fai un servizio utile, se i tuoi navigatori ritengono pertinente e utile quel link alla loro navigazione. Forse qualcuno scopre il mio sito e mi mette tra i preferiti e da domani inizia a buttare un occhio da me. Linkare è lecito e utile, è l’essenza di internet, senza il link non esisterebbe tutto ciò. Ma riprodurre i contenuti per intero non ha senso: quei contenuti esistono già da un’altra parte. Se non avessimo spazio praticamente infinito a disposizione sarebbe anti economico. Invece diciamo la verità: ci si fa belli con i contenuti altrui, si mette in rete un po’ più di “ciccia” (altrui) mentre invece siamo pieni di “fuffa”. Se trovo un contenuto in rete e lo considero valido e lo uso in una conferenza, è un conto. Se non cito la fonte faccio un pessimo lavoro, ma il fatto è che la conoscenza va condivisa e nessuno ci perde. Se tutto l’intervento lo rubo a qualcun altro integralmente, il discorso è diverso, non credo che questo sia considerato lecito da qualcuno. Che differenza c’è in rete?
    Faccio ancora una distinzione: un conto è Google, secondo me, che sappiamo essere un motore di ricerca di contenuti on-line. Non so giudicare i giornali che denunciano Google. Mi sembra strano, con tutto quello che c’è in rete è assurdo pensare che non si sviluppino servizi di aggregazione. Sono pure utili in alcuni casi. Tanto poi rimandano ai siti originari, no? Ma Google lo distinguo da un portale qualunque che mette insieme e ricicla per riempire gli spazi tra un banner e l’altro. Io personalmente ho imparato a distinguere tra siti buoni e siti cattivi. E’ il grande problema del momento, mica roba da poco…

  26. 26 Marco Esposito

    Lele mi ha chiesto di commentare, e non mi tiro indietro.

    Quella che viene posta è la questione fondamentale per quel che riguarda tutto il mondo del user generated content. Questi ultimi sono diventati ormai indispensabili in era di web 2.0, tanto da esserne il vero valore aggiunto. In questa ottica in prospettiva futura sarà impossibile non dividere questa ricchezza prodotta con gli utenti che la creano.
    Dall’altro lato è impossibile - e sbagliato - mettere delle regole ferre a questo tipo di evoluzione. Gli aggregatori che sono scatole vuote (intendo senza una solida community alle spalle) sono destinati a sparire …. Probabilmente, ancora una volta, sarà la rete a farci intravedere quale sia la via da seguire.
    A mio avviso manca pochissimo all’avvio delle prime iniziative in cui vlogger e blogger entraranno a pieno titolo nella redistribuzione della richezza da essi stessi prodotta

  27. 27 Gilgalad

    Francamente non sono d’accordo con te, e ti assicuro che sto moderando molto i termini.

  28. 28 Gommaweb - Maurizio Gomboli

    Caro Daino, a chiamata rispondo. E non posso che farlo dicemdomi d’accordo, fra i molti che ti hanno risposto, soprattutto con quanto scritto da Paolo Attivissimo e Mafe (per non tralasciare l’ecumenico - in questo caso - Axell).

    Ovvero, se quanto previsto dalla mia CC viene rispettato (e primo fra tutti la citazione dell’autore, che deve sempre essere rispettata) allora ok. Formalmente siamo tutti contenti e non vi sono motivi di attrito. Ben vengano quindi feed o link o aggregatori. Mi fa piacere che il mio pensiero si diffonda per il Web e possa essere ripreso. Altrimenti scatta la mail di rimbrotto.

    Ma è anche vero che il mio blog è personale. Non faccio giornalismo, se non per la pubblicazione sporadica di articoli che escono già altrove (o che non escono altrove). In ogni caso sono per la circolazione delle idee. Cosa che accettando una CC non posso che sostenere. Sennò, e qua vada per Attivissimo, è davvero inelegante essere contro il “ferreo regime del copyright” e poi chiedere qualche soldino in cambio.

    Ma vedo poco praticabile anche il fattore “avvisami se ci fai del business”. E perché mai? Potrebbe essere una cortesia che ti fanno, ma se poi ti rifiuti forse sarebbe il caso che aggiungessi un’icona a quelle rese disponibili dalle Creative: tipo “l’autore si riserva di accettare o meno gli usi delle sue creazioni d’intelletto” (attribution, share alike, non commercial,no derivate works and… discrimination?)

    Altro discorso quello dei giornali belgi, che francamente dubito molto abbiano adottato delle licenze CC. Se fanno come Italia Oggi, per fare un esempio, come minimo ti mozzano le mani se gli citi i contenuti (hai idea della difficoltà di muoversi nella legalità anche solo per il caso di una rassegna stampa aziendale?). Mica sono tutti liberali come la stampa web, passata di recente alle CC?

    E’ sempre una questione di scelte e di rispetto delle regole. Se ti tuteli in forme non CC ma tradizionalmente rigide… poi se ti pinzano non è che puoi urlare alla repressione della tua libertà di espressione. Soprattutto se ci fai dal business sopra.

  29. 29 Davide

    Mafe,
    mi tranquillizza avere torto e ragione allo stesso tempo :-)

    Ti rispondo solo per sottolineare che non mi sfugge il come gli editori tradizionali possano reinventarsi il loro mestiere “individuare e creare un senso, un percorso, una sintesi”, infatti non è il loro valore che vedo tendere a zero, ma quello dei contenuti e con essi il valore della “professione” di chi li scrive. Che forse diventeranno tutti “disegnatori di percorsi”.

    Per quanto poi condivida in pieno l’idea di Marco Esposito non sono convinto che manchi “pochissimo all’avvio delle prime iniziative in cui vlogger e blogger entraranno a pieno titolo nella redistribuzione della richezza da essi stessi prodotta”. A meno che non ci sia un nutrito gruppo di utenti di MySpace pronto a fare una “class action” (gli americani sono bravi in queste cose) rivendicando una quota del valore pagato da Murdoch per comprarla… cosa che a me, se ragionassi “old economy” sembrerebbe più che lecita.

    Chiudo infine ribadendo che per quanto Google mi piaccia non credo si possa negare che cavalcando il fenomeno del blog e spingendolo anche con Blogger ha creato il “prodotto editoriale perfetto” a costo zero per la sua pubblicità. Prima del boom dei blog Google (e i suoi imitatori) aveva si il suo bel prodotto pubblicitario perfetto, ma non così tanti contenuti in cui implementarlo. Era come una concessionaria… con poco prodotto editoriale/persone su cui pianificare. I blog sono invece il prodotto editoriale perfetto per quella pubblicità: uno da solo vale zero, ma tutti insieme… e per quanto redistribuisca il guadagno non mi venite a dire che preferite il ricavato di un anno di AdWords al ricavato della vendita di un’azione di Google al momento della quotazione, avendocela prima :-) Con tutta la stima del mondo per chi è bravo, ha inventato cose che prima non c’erano e sta cambiando il mondo…

  30. 30 Valerio

    1. In rete ci sono molti siti “spazzatura”, senza, nessun contenuto reale, specializzati nel “mescolare” contenuti simili provenienti da fonte diverse con lo scopo evidente di guadagnare con adsense (ad esempio http://news.ilmotore.com/gratis/s-42109/Audiocast.it , http://www.erosfreeonline.it/freeonline/gratis/s-42109/Audiocast.it ) e molti altri con nomi diversi, ma identico contenuto variamente aggregato.

    2. Ci sono poi i siti con proprio contenuto, ma che riaggregano anche contenuto provenienti da siti di argomento simile.

    3. Ed infine ci sono i siti che permetteno agli utenti di sceglieri i contenuti da riaggregare (tipo bloglines).

    Da un punto di vista legale, se il materiale del sito è protetto da normale copyright credo che solo i siti tipo bloglines possono utilizzarlo, essendo quest’ultimi un aggregatore web assimilibale ad un normale aggregatore sul nostro PC.

    Se invece la licenza è Creative Commons che ne vieta però l’utilizzo a fini commerciali penso che i siti del punto 2 possano riprodurre i contenuti legalmente, penso anche che l’autore ne possa beneficiare essendo la fonte sicuramente citata (altrimenti ci sarebbe una palese violazione di licenza) ed avendo una qualche esposizione su altro sito di contenuto simile.

    I siti del punto 1 violano tutte le licenza Creative Commons, ad eccezione di quelle che permettono l’utilizzo anche a fini commerciali.

    Personalmente io trovo estremamente fastidioso solo i siti del tipo 1 che, tra l’altro, ricevono una quantità significativa di traffico da Google e dovrebbero avere un alto tasso di click su adsense (essendo sostanzialmente privi di contenuto).

    Gli altri siti danno solo dei vantaggi all’autore originario, essendo la perdita di traffico sicuramente bilanciata dall’aumento di popolarità e di link al sito. Entrambi questi fattori fanno bene sia al traffico, sia al posizionamento sui motori di ricerca.

    E poi non so quanti blogger, in Italia ed in italiano, riescano a guadagnare realmente qualcosa con Adsense. Io, con audiocast.it, che è relativamente popolare nel settore dei podcast non arrivo a 2 dollari al giorno di media!

  31. 31 Enzo Borri

    È un fenomeno, questo, che non avevo mai considerato.
    Secondo me, il problema potrebbe benissimo essere risolto parlando di diritto d’autore.
    Come esiste una tutela per i libri - per cui la copia integrale è ammessa a patto di pagare i diritti - idem dovrebbe essere per qualsiasi scritto, sia questo pubblicato in forma stampata o digitale e sia che venga riprodotto in forma elettronica o cartacea o anche verbale. Pensiamo a un articolo di un blog interamente letto per radio, per esempio.
    Penso sia corretto ammettere la citazione tipo «Come dice L. Dainesi sulle pagine del suo sito…» ma anche questa - come per altri scritti quali i libri - dovrebbe sottostare a delle regole. Esiste una percentuale di riproducibilità per cui non mi risulta sia necessaria autorizzazione. In questo caso, se si prende come “opera” il singolo articolo, la percentuale dovrebbe essere misurata sull’articolo e non sull’intero blog. Se uno ha mille articoli, sarebbe troppo facile dire che si permette la copia del 15% del blog!

    Esiste anche l’art. 101 comma 2 par b che dice che è atto illecito la riproduzione sistematica di informazioni o notizie, pubblicate o radiodiffuse, a fine di lucro, sia da parte di giornali o di periodici, sia da parte di imprese di radiodiffusione.

    Mah, grazie a questo articolo, secondo me un buon legale saprebbe fare in modo che i diritti di un “blogger” possano venire tutelati.

    Esiste poi la logica e il buon senso - che spesso mancano agli squali del marketing - che vorrebbero che un sito serio non ripubblichi cose d’altri senza corrispondere nulla all’autore.

    Se avessi un mio bog che viene ripubblicato, non appena lo saprei chiuderei ogni articolo con una frase tipo “Se leggi questo articolo fuori dal mio sito, sappi che chi lo pubblica non è autorizzato”. Forse così facendo un po’ si frenerebbero i morsi da squalo dei “ripubblicatori”.
    Comunque, lasciando perdere aspetti legali o etici… è proprio deludente vedere che ci sono anche speculatori di questo genere. Credo che sian proprio a corto di contenuti per ricorrere ai contenuti altrui!!!

    Ciao
    Enzo

  32. 32 Luca Scarselletta

    Dico anche io la mia.
    In realtà in Italia non stiamo ancora nel web 2.0 ma forse nel 1.1!
    Concetti quali Blog, p2p e licenze aperte possono funzionare solamente laddove c’è una cultura della rete. In Italia non solo manca una cultura della rete, ma la cultura della legalità. Chi rilascia sotto CC solitamente vuole che la propria opera circoli in rete e venga apprezzata e condivisa in maniera più ampia possibile. Un blogger, grande o inesistente firma che sia, vive di un’etica hacker. Tutto per il prestegio, niente per il denaro. Il blog come leva di marketing e strumento di business deve anche esso sottostare alle regole dell’intangibilità e della copia illiminata dei bites! Il copyright in rete non funzionerà mai, le CC ci aiutano a garantire che le nostre opere non vengano completamente re-inventate, ma non bloccano il feeding selvaggio.

  33. 33 Alberto Claudio Tremolada

    Sul copyright ognuno ha una visione differente e pretende giustamente che sia rispettata.
    Chiediamoci allora se tutto è copyright?
    Sono per il copyleft alla Richard Stallman, ma con le dovute limitazioni.

    Ciao
    Alberto Claudio Tremolada

  34. 34 mafe

    Per quanto riguarda MySpace e il contributo che ogni singolo utente dà al successo (anche economico) di una community, direi che si configura sempre come uno scambio (non a caso chi ti chiede di pagare, come Flickr, non ha (per ora) pubblicità.
    Tra l’altro, anche se non è una policy esplicita, qualunque community manager sano di mente propone revenue sharing o coinvolgimenti ancora maggiori ai suoi utenti più importanti e credo che nel breve questo varrà anche per i contributi aggregati dei blogger.

  35. 35 Gaia Giordani

    E’ fresca di giornata la notizia che in occasione della prossima Fiera del Libro di Francoforte verrà presentato ACAP (Automated Content Access Protocol), un protocollo che permetterà ai motori di ricerca di identificare automaticamente le condizioni d’uso dei contenuti letterari tutelati dal diritto d’autore. A questo proposito, il presidente dell’Associazione mondiale dei giornali, Gavin O’ Reilly, ha affermato che “questo sistema punta a evitare qualsiasi conflitto tra gli editori e i motori di ricerca”. L’ACAP vuole equilibrare i rapporti tra due fondamentali strumenti di comunicazione garantendo che i contenuti pubblicati gratuitamente siano accessibili a tutti e nel miglior modo possibile, senza però violare nessun diritto.

    Fin qui ho copiato e incollato. Ho linkato le fonti, che a mio parere sono più che attendibili. Credo di non aver violato nessuna legge del giornalismo, del codice penale e della sintassi. Non ho divulgato il falso e non ho inquinato la rete con accenti storti o roba simile. Ma da qui in poi potrei iniziare a farlo. Senza volerlo, naturalmente. O apposta, chissà. Chi sono io per sentenziare che la proprietà intellettuale e il diritto d’autore sono due cose diverse? Non mi sono informata, non sono abbastanza preparata, nessuno mi sta pagando per farlo. Il mio nome è pressoché sconosciuto. Chi diavolo sarà mai questa qui? Come si permette di divulgare contenuti? A che titolo parla? Ha un’abilitazione? Una patente? Chi la conosce?

    La rete, penso, è un posto dove ci piove dentro. Calvino, profeta dell’ipertesto, uomo di lettere e incorreggibile visionario, nelle Lezioni Americane disse la stessa a proposito della visibilità. Intendeva la capacità di evocare. Sono passati vent’anni e oggi visibilità è quante volte Google ti trova, è il contatore del blog, è un numero di click. Leggerezza, molteplicità, rapidità, esattezza, non sono di questo mondo. Della rete, intendo. I contenuti che vengono copiati e incollati perdono di qualità, credibilità, efficacia a ogni passaggio. Oppure ne acquistano. Vengono arbitrariamente snaturati, travisati, stravolti, interpretati, integrati, diffusi. E’ la rete, funziona così. Un guazzabuglio brulicante di contenuti in fermento. Poco male se i diritti di che ne fa uso e abuso vanno a farsi, perdonatemi, fottere.

    Come si spiega il numero incredibilmente modesto di contatti sociali che sono necessari per mettere in comunicazione tra loro due individui qualunque sul pianeta? Perché talvolta accade che al termine di un concerto gli spettatori sincronizzino involontariamente i loro applausi? “La scienza delle reti” Albert-László Barabási

  36. 36 lux

    Tutto molto interessante e grazie a tutti, perché sto imparando molto.
    Vorrei tornare un momento sul tema degli editori. Ha ragione Mafe a dire che dovrebbero cavalcare l’onda, invece di difendere lo status quo. Il problema è che la nozione di editore è strettamente legata a quella di controllo.

    Ieri l’editore era una figura indispensabile, perché senza di lui non pubblicavi. Oggi chi vuole pubblica. Su Internet, in realtà, non c’è posto per l’editore di una volta (una volta = pre-1990). Gli editori attuali sono solo capaci di difendere lo status quo, perché se perdono il controllo non sanno come fare. Cavalcare l’onda significherebbe non avere più quel controllo cui sono abituati.

    I siti-spazzatura scompariranno unicamente se si troverà un meccanismo di redistribuzione capillare del valore; io ti aggrego, ti linko, ti cito, ti ricordo nelle mie preghiere (blogghistiche) e in cambio ti riconosco un microcoso, un nanovalore, un millicredito per tutte le volte che sfrutto la tua opera dell’ingegno. Improvvisamente scopiazzare gli altri non sarà più un business, ma un costo. E tornerà il tempo in cui per emergere bisogna avere in mano qualcosa di originale. Che, paradossalmente, ha fatto fiorire l’editoria tradizionale. Pubblicavi se eri interessante, l’editore faceva soldi se pubblicava roba interessante.

    Oggi si pubblica e basta e saper suonare Movable Type ha un valore superiore a quello di idee valide e originali. È il nuovo Quattrocento e l’Html (parlo per sineddoche) è la nuova stampa a caratteri mobili. La differenza, lo sappiamo tutti, è che il valore si generava attraverso la rarità. Adesso si genera attraverso l’abbondanza. È un grande passo in avanti, ma è anche il problema degli attuali modelli di personal business.

  37. 37 Maurizio Goetz

    Lele, grazie di questo post, hai sollevato giustamente un vespaio. Come ho già commentato altrove, qualcuno se ne approfitta delle licenze CC. Credo che sia necessario allargare il discorso alla cultura del tutto gratis. Mancano contenuti di qualità, ma anche la consapevolezza che questi costano. Tu che sei un giornalista lo sai meglio di qualunque altro. Molti sono disposti a pagare un chilo di carne, un pc, ma non una consulenza, un articolo o un’agenda in un convegno eppure solo per il fatto che sono prodotti immateriali non li rende di minor valore.
    Non vedi che tutti si arrabbattano a fare comarketing, cosharing, co-branding, ma che ci sia qualcuno che investe sui contenuti.
    Se il blogger scrive bene, assumetelo. Se il relatore è bravo, pagatelo.
    Così non andiamo da nessuna parte.

  38. 38 Marco Camisani Calzolari

    Ma Lele, non hai moderato il mio commento? mi sbaglio vero?
    Ciao
    MArco
    http://www.camisani.com

  39. 39 Simonetta Zandiri

    Lele chiama, io rispondo! Mi si chiede un’opinione su un tema a me caro, quello della libera diffusione dei contenuti in rete, la cui opinione personale e’ diventata una vera presa di posizione qualche anno fa in una lotta contro l’ormai scomparsa Oriana Fallaci.
    Sostenevo il “dovere morale” di ripubblicare liberamente quell’articolo improvvisamente tolto dal sito del Corriere dell Sera, “La rabbia e l’orgoglio”…
    Certo, quel dovere morale apparentemente contrasta con il lucro di quei siti che in cambio della ripubblicazione di testi sudati da altrui menti…incassano introiti pubblicitari. Tuttavia, concordo con Mafe, sara’ il nome del blogger a trarne i maggiori vantaggi, almeno fino a quando il fenomeno avra’ dimensioni contenute.
    E allora ti ribalto la domanda, caro Lele, ovvero…mi chiedo fino a quando i blogger piu’ amati riusciranno a trovare il tempo di pubblicare i preziosi contributi, senza un minimo di ritorno economico?
    La passione, certo, c’e’ sempre, la volonta’ di condividere, senza dubbio, ma bastera’ sempre e sara’ sempre cosi’ gratuita o, prima o poi, si cerchera’ una redditivita’?

    Per ora…ringrazio di cuore tutti i blogger di buona volonta’! :-)
    Simonetta

  40. 40 Roberto Malnati

    Rispondo a Enzo Borri che scrive ….. “Se avessi un mio bog che viene ripubblicato, non appena lo saprei chiuderei ogni articolo con una frase tipo “Se leggi questo articolo fuori dal mio sito, sappi che chi lo pubblica non è autorizzato”. Forse così facendo un po’ si frenerebbero i morsi da squalo dei “ripubblicatori”.
    Comunque, lasciando perdere aspetti legali o etici… è proprio deludente vedere che ci sono anche speculatori di questo genere. Credo che sian proprio a corto di contenuti per ricorrere ai contenuti altrui!!!” ….

    Io sono uno squalo ripubblicatore e ritengo che sia giusto che almeno il contributo di un vituperato speculatore appaia tra i commenti.

    Faccio alcune premesse :

    Un paio di anni fa dovendo tenere una conferenza sull’impiego di sistemi di analisi semantica in ambito finanziario ( http://www.finanzaonline.com/forum/showthread.php?t=727641 ) dedicai qualche notte di lavoro alla realizzazione di http://www.circus.it che data la scarsità di contributi a tema finantiario in lingua italiana fu customizzato (brutto termine) per acquisire e organizzare contenuti generalisti offrendo a chiunque la possibilità di aggiungere il proprio link preferito.

    Pago personalmente le spese di hosting del sito.
    Non ho mai inserito ne mai inseriro’ pubblicità.
    Taglio i contributi a 250 caratteri in modo che per chi pubblica il feed completo, l’utente sia portato a raggiungere il sito di origine.
    Tutti i link in uscita non prevedono l’apertura di nuove finestre, ma utilizzano la finestra corrente.
    Il lettore ha un referrer ben preciso che identifica univocamente il sito di pubblicazione (circus) in modo da permettere l’identificazione e al limite il blocco del reader stesso.

    Se lo desiderate rispondo volentieri a qualsiasi questione in merito

    roberto

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Lele Dainesi is a journalist, technologist, and podcaster in Milan, IT. Previously Manager of Strategy and Business Development for Vodafone Italy NOW Lele is the Executive Communication of Mr. Stefano Venturi CEO Cisco Systems Italy. Read more...


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